PNL e Metafore

Oltre all’approccio logico nella comunicazione è possibile usarne un altro che mira direttamente all’emisfero destro: la metafora. Molto usata nell’ambito della PNL (Programmazione Nuerolinguistica), permette di: inglobare più mappe e creare i presupposti per nuove connessioni.Grazie alla metafora è possibile superare i limiti del linguaggio logico e ponendoci ad un meta-livello. Una buona metafora può condurre gli individui a rendersi consapevoli di legami a cui non avevano pensato rendendosi parte attiva di un processo di apprendimento creativo. Con questo strumento è possibile creare stati diversi:  curiosità,  motivazione o fiducia. Il racconto, se è vago, permette alle persone di accedere ed utilizzare le proprie risorse.

Sin da piccoli abbiamo sentito storielle: Capuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola, Re Artùe tante altre. Alcune ci hanno insegnato a non fidarci degli sconosciuti, altre che il bene vince sul male, altre ancora ci hanno mostrato la lealtà. La potenza delle storie è che sono molto più efficaci di un discorso lungo e strutturato. Ad esempio, per far comprendere in aula il potere delle convinzioni potrei fare mezza giornata di docenza spiegando come si formano, perché influenzano i nostri comportamenti e come sono strutturate fisicamente a livello neurologico. Alla fine della lezione, probabilmente, i miei allievi avranno capito la nozione di “convinzione” ma non posso essere sicuro che la abbiano appresa ad un livello più profondo. Per raggiungere questo scopo, prima della lezione, potrei leggere una breve storia:  

C’era una volta un generale che doveva fronteggiare un esercito 10 volte più numeroso del suo. Sapeva che i suoi soldati potevano farcela perché erano più addestrati ma non ne erano convinti. Durante la marcia si fermò in un tempio: “entro nel tempio a meditare, quando uscirò lancerò una moneta: se esce testa vinceremo, se esce croce perderemo”. Quando uscì dal tempio lanciò la moneta e venne testa. I suoi uomini erano così entusiasti che non vedevano l’ora di iniziare la battaglia. Alla fine vinsero. “Nessuno può sconfiggere il destino” disse un subalterno al suo generale. “E’ proprio vero” rispose il generale mostrando una moneta con la testa su entrambe le facce. (storia tratta da “101 storie Zen”) 

Questa storiella spiega in pochi passi il potere delle convinzioni andando al di là della comunicazione meramente logica.  In PNL le metafore sono uno strumento di comunicazione molto importante per aiutare il cliente a recuperare risorse e a renderlo consapevole di strategie che possono collegarlo con il risultato desiderato. Inoltre, la loro applicazione è molto efficace in aula: spesso si raccontano storielle divertenti (anche relative a situazioni passate) che aiutano nell’apprendimento.  Esaminiamo alcuni passi importanti per la costruzione delle metafore:  

1) Buona formazione: la metafora deve avere un obiettivo raggiungibile. Non è possibile costruire racconti che abbiano risultati che non seguono le regole della buona formazione.  

2) Isoformismo: gli individui descritti devono essere equivalenti (isomorfi). Ad esempio se si desidera rappresentare una situazione famigliare in una metafora che narra di un’avventura in mare.Padre: comandanteMadre: ufficiale in secondaFiglio: mozzo 

3) Risultato: può dipendere da intuizioni personali ma il più delle volte il cliente sa quel’è la soluzione giusta per lui. Purtroppo gli manca l’anello di congiunzione per arrivarci. Dato che è nel problema, non riesce a vedere la situazione da un punto di vista più ampio, risultato che si riesce a raggiungere grazie alla metafora. Per ottenere il risultato è fondamentale la strategia di collegamento. Non si può semplicemente saltare dal problema alla soluzione.  

Oltre le storielle, nel linguaggio comune, si usa una comunicazione metaforica che tende ad essere molto più incisiva rispetto ad argomentazioni logiche. Ad esempio, il capo di un team aziendale potrebbe dire: “La nostra squadra non ha difesa, tu e Giorgio dovete marcare a uomo quelli della ditta X”. Si tratta di metafore calcistiche che, soprattutto in Italia, hanno una forte presa. 

Un’ultima avvertenza: le metafore generalmente non si commentano mai dopo averle raccontate proprio perché mirano alla parte profonda e non a quella logica. Infatti, se la parte logica viene informata (spiegando dettagliatamente il significato del racconto) si corre il rischio che si ponga reattiva ritardando o bloccando il risultato desiderato.

Coaching e PNL

Da un po’ di tempo si sente parlare di Coaching, un termine che ha molta presa in Italia. Ma di cosa si tratta?

Il termine coaching proviene dall’ambito sportivo: il coach guida e aiuta lo sportivo a raggiungere il risultato desiderato attraverso l’addestramento, l’incoraggiamento e la motivazione. Lo sprona a superare i suoi limiti e attingere alle sue risorse per migliorare le performance. Si occupa di creare un ambiente idoneo allo scopo, a far modificare i comportamenti sbagliati, ad ampliare le sue capacità attraverso l’addestramento, a potenziare le sue convinzioni e ad accrescere le sue qualità del Sé. Questa descrizione ritrae un buon coach ma naturalmente non tutti rispettano questi punti.

 

Cosa c’entra il coach con la PNL e può essere applicato in ambiti diversi da quelli sportivi?


La risposta a quest’ultima domanda è senz’altro positiva e la PNL ha molto a che fare con il coaching in quanto questo indica un processo attraverso il quale il Coach aiuta gli individui a raggiungere il massimo delle loro capacità (questa descrizione rispecchia pienamente lo spirito della Programmazione Neurolinguistica). Le sue applicazioni sono vaste in quanto ben si adatta sia al privato che desidera raggiungere determinati obiettivi personali (relazionali, professionali ecc.), sia alle aziende (coaching situazionale, project coaching e coaching di transizione).

Essendo un piennellista mi è sembrato subito evidente che la PNL ben si adatta al coaching in quanto possiede tutti gli strumenti per guidare una persona a superare i propri limiti, comprendere se gli obiettivi sono raggiungibili e a raggiungerli. Infatti, da qualche tempo molti Trainer in PNL hanno adattato le loro metodiche al coaching rendendolo più efficace nei risultati.

Il primo passo che un buon Coach deve compiere consiste nel entrare in sintonia con il suo cliente: questo è raggiungibile grazie a diverse tecniche derivanti dalla PNL come il rispecchiamento, rapport su Valori e credenze, rapport assertivo e verbale. Per approfondire questi argomenti vi rimando alla lettura di precedenti articoli: “Empatia e Rispecchiamento” e “Rapport su Valori e Credenze“. Grazie all’empatia è possibile comunicare ad un livello più profondo e il Coach stesso è in grado di comprendere meglio chi ha di fronte in quanto si “mette nei suoi panni”. Solo in questo modo è possibile individuare realmente lo stato problematico del cliente e come è possibile guidarlo verso la soluzione più idonea.

La prima fase è davvero importante in quanto ci si deve porre in fase di ascolto attivo senza influenzare e prendendo letteralmente le parole del cliente. Lo stato problematico spesso viene espresso in maniera generica e noi potremmo incorrere nell’errore di prendere “fischi per fiaschi”. Questo inconveniente si può risolvere grazie ad un altro strumento tipico della PNL: Il Metamodello. Si tratta di uno strumento per comprendere la struttura profonda celata dietro le frasi generiche e che permette di comprendere realmente la fonte del suo stato problematico. Su questo argomento torneremo in seguito.


Altri strumenti in possesso ad un “Coach in PNL” sono la “Buona Formazione degli obiettivi” per accertarsi che le mete del cliente sono raggiungibili, il lavoro su Credenze, Valori e Identità e altre tecniche per risolvere conflitti interiori e comportamenti indesiderati: Time Line, Swish, Visual Squash ecc..

Facciamo qualche esempio concreto: supponiamo che un mio cliente gestisca un piccolo team e desidera risolvere problematiche inerenti alla sua conduzione: alcuni non lo ascoltano, altri ancora entrano in aperto contrasto con lui. Il tutto si tramuta in un addossamento di ruoli e azioni sul cliente stesso in quanto non tutti eseguono correttamente le indicazioni. Alla fine non riesce a portare a termine tutti i compiti assegnategli con la conseguente accusa da parte della direzione di essere “incapace nella delega”.

La prima cosa che dovrei valutare è se l’obiettivo è raggiungibile. In PNL la buona formazione degli obiettivi è di grande aiuto in quanto mi informa immediatamente cosa deve essere cambiato nel risultato desiderato e se è raggiungibile. In questo specifico caso potrei scoprire che desidera maggiore coinvolgimento e ascolto da parte del team. Si tratta di un obiettivo che non rientra sotto la sua completa responsabilità (la buona formazione vuole che le mete siano raggiunte e mantenute direttamente dal soggetto stesso e non da altri). Potrei, però, fargli alcune domande:


Coach: “Cosa accadrebbe se ti dessero maggiore attenzione?”

Cliente: “Potrei delegare maggiormente”


Coach: “E cosa hai fatto o potresti fare per ottenere maggiore ascolto?”


L’ultima domanda serve per rimettere sotto il suo controllo il raggiungimento della meta. Infatti, potrebbe rispondermi che avrebbe bisogno di maggiori abilità comunicative e di leadership. Un coach può intervenire mostrandogli come è possibile divenire più flessibile nella comunicazione e quali sono le capacità di un buon capo. Questo ultimo punto potrebbe richiedere un lavoro per potenziare le sue Convinzioni/Valori e Identità (con specifiche tecniche della PNL).

Nell’ambito dell’insegnamento la PNL gioca un ruolo importante perché è possibile personalizzarlo in basi alle sue strategie (VAK) e Metaprogrammi (Filtri/schemi di comportamento inconsci).

Ad esempio, supponiamo che il mio cliente sia Visivo in Elaborazione (stato di apprendimento – stato Alfa). La formazione personalizzata sulla leadership (ad esempio) dovrà essere supportata da slides e grafici che stimolano il sistema rappresentazionale Visivo. Se, invece, è Cenestesico (sempre in elaborazione) dovrei essere molto poco teorico dandogli esercizi pratici da svolgere sul campo.


Se fare coaching si riducesse ad un semplice insegnamento di specifiche abilità, ci troveremmo di fronte solo a semplice docenza “one to one” che nulla ha a che fare con un Coach. Infatti, l’insegnamento è solo uno degli aspetti che lo caratterizza: bisogna andare oltre e aiutare il cliente a comprendere se le sue convinzioni e valori sono in linea con il risultato desiderato ed eventualmente intervenire per “ridisegnare” o questi importanti elementi o l’obiettivo stesso. Supponiamo che il mio cliente dell’esempio di prima sia profondamente convinto che “La gente fa sempre come gli sembra meglio e non mi vede come capo”. A questo punto intervengo con il Metamodello per scomporre la struttura superficiale della frase e capire la struttura profonda che ha generato tale convinzione:


Coach: “La gente chi?”, “ Sempre sempre?”, “Cosa intendi per fa sempre come gli sembra meglio?”, “Non ci è mai stata una volta che non ha fatto come gli sembra meglio”, “Come fai a sapere che non ti vedono come capo?”.


Queste domande specifiche mi aiutano a capire cosa c’è dietro per ottimizzare il mio intervento. Le risposte a queste domande potrebbero fargli rendere conto che, in realtà, lui non può sapere se non lo vedono come capo, ma che si tratta solo di una sua percezione; potrebbe rendersi conto che 7 volte su 10 eseguono le sue direttive e che generalizza e cancella esperienze che vanno a contraddire il modello che si è creato nella sua mente.


Il coach motiva e incoraggia il cliente ad avviare una trasformazione profonda che va al di là di un semplice schema cognitivo e può spingersi ancora oltre lavorando sull’Identità, il livello logico in cima alla gerarchia: individua il potenziale del cliente (risorse già presenti) e lo aiuta ad esprimerlo. Il coach si pone come sponsor in quanto crea il contesto per far crescere il suo cliente. 

PNL, rapport su valori e credenze

Uno dei cardini su cui ruota la Comunicazione Efficace è il principio “Win-Win”: vinco io – vince l’altro. Non è un caso che la parola “convincere” significa “vincere insieme”. Non bisogna confondere la comunicazione empatica con la pressione psicologica: se io minaccio qualcuno per ottenere il consenso, questa è pressione psicologica. Invece, la comunicazione empatica si basa sulla capacità di comprendere l’altro, “mettersi nei suoi panni”, comprendere come ragiona e come percepisce la realtà esterna. Il buon comunicatore è un individuo in grado di decodificare la “Mappa del Mondo” del suo interlocutore per adeguarsi ad essa.

 

Invece, coloro che estorcono il consenso con la prepotenza e/o l’intimidazione vincono temporaneamente causando la sconfitta dell’altro. Mi sembra ovvio che un atteggiamento del genere è autodistruttivo: si creano nemici che nel medio-lungo periodo cercheranno di restituire i torti subiti.

 

In un mio precedente articolo ho affrontato le basi fisiologiche dell’empatia (Empatia e Rispecchiamento). In questa sede voglio approfondire altre modalità attraverso le quali è possibile costruire rapporti costruttivi.

 

Generare Rapport equivale a costruire un ponte che unisce due sponde opposte e che permette a due o più individui di incontrarsi e condividere diverse “Mappe del Mondo”. Quindi, una delle abilità che bisogna sviluppare consiste nel riuscire a comprendere i “pilastri” su cui si basa la visione soggettiva della realtà dei nostri interlocutori. Questi pilastri sono Valori e Credenze, elementi che influenzano profondamente i nostri comportamenti. I valori sono il “carburante motivazionale” che ci spinge ad agire (valori = quello che è importante per noi). Le Convinzioni sono quello in cui crediamo fermamente. Un esempio di valori sono: l’Amicizia, l’Onestà, la Famiglia. Esempi di credenze possono essere rappresentate da frasi di questo genere: “Sono convinto che il benessere sia più importante che accumulare denaro”, “Credo che la libertà sia fondamentale per vivere!”. Frasi del genere esprimono anche valori come il Benessere e la Libertà. Questo accade perché valori e credenze sono elementi profondamente connessi. Questo argomento è stato già affrontato in due miei precedenti articoli anche se riguardavano aspetti che esulavano dalla comunicazione efficace (“Realizzare se stessi con la PNL“).

 

Il rispetto della visione della realtà del nostro interlocutore è alla base della costruzione del rapport e del suo stesso mantenimento all’interno di un contesto comunicativo.

 

Immaginate un ipotetico dialogo tra due persone:

 

A: Il lavoro per me è tutto nella vita!

B: Secondo me perdi tempo e anni preziosi in cui potresti goderti la vita!

 

Sembra palese che A e B non potranno entrare in empatia a causa di un profondo disaccordo sui valori.

 

Se il mio obiettivo è creare empatia, devo condividere la mappa di A con una frase di questo genere: “Il lavoro è un importante elemento insieme ad altri aspetti dell’esistenza”. Questa frase rispetta la mappa dell’altro e in maniera generica fa sottintendere che nella vita anche altri elementi sono altrettanto importanti.

 

Riflette un attimo sul seguente punto: come vi siete sentiti il giorno in cui avete incontrato un individuo che ha sinceramente condiviso le vostre credenze, i vostri valori, la vostra visione della realtà? Sono convinto che avete percepito un livello più profondo nella comunicazione e sentivate di potervi quasi fidare di un individuo così simile a voi.

 

Invece, ora pensate a tutte quelle volte in cui non hanno condiviso o attaccato la vostra Mappa del Mondo (e viceversa). Che genere di sensazioni avete provato in un simile contesto? Sicuramente non avete provato niente di positivo.

 

La Mappa del Mondo è così importante che raramente viene rivelata a persone che non godono della nostra fiducia. Quando conosciamo qualcuno per la prima volta oppure siamo costretti a parlare con uno sconosciuto (ad esempio in coda ad uno sportello postale) di cosa parliamo? Parliamo del tempo, se piove, fa caldo o se è nuvoloso. La Mappa del Mondo viene rivelata solo a persone con cui siamo in empatia. Immaginate di essere in ascensore con uno sconosciuto che invece di dirvi “Finalmente oggi c’è un po’ di sole” afferma “Io credo fermamente nella libertà. E lei?”. Nella migliore delle ipotesi gli risponderete che sono “fatti con non lo riguardano”.

 

Con sconosciuti o con individui con cui non siamo particolarmente in confidenza ci limitiamo a condividere un livello gerarchicamente inferiore (ambiente) e la eventuale non condivisione non comporta nessuno scontro relazionale. Ad esempio, se fuori piove e lo sconosciuto invece afferma che è una bella giornata, ci limitiamo a pensare che ha bisogno di un oculista o di un buon psicologo, ma mai ci sogneremmo di litigare per una cosa simile.

 

Le cose cambiano quando saliamo lungo la gerarchia dei livelli e il nostro interlocutore attacca i nostri valori.

 

La prassi per decodificare la Mappa del Mondo del nostro interlocutore è la seguente:

 

1) praticare il Rispecchiamento (rimando alla lettura del mio precedente articolo) nella fase iniziale della comunicazione per generare empatia

 

2) quando si è stabilita un minimo di empatia, è possibile usare le seguenti domande:

 

a) Cosa è importante per te?

 

b) In cosa credi?

 

c) Cosa ti spinge ogni mattina ad alzarti dal letto?

 

A volte accade che sia il nostro interlocutore a fornirci questi importanti pezzi del puzzle durante la conversazione. Quindi, basterebbe un “ascolto attivo” e un’apertura mentale verso l’altro.

 

La classica domanda che mi viene rivolta nei corsi è la seguente:

 

“Ma se i valori dell’altro sono troppo diversi dai miei, cosa devo fare?”.

 

Si tratta di una domanda molto intelligente perché tocca il centro di ogni individuo e il rispetto verso se stessi. Se ad esempio, chi abbiamo di fronte pone in cima alla sua gerarchia il valore “soldi” e farebbe qualsiasi cosa per ottenerli, mentre noi collochiamo “onestà”, ci risulta difficile creare condivisione in quanto risulterebbe falso.

 

In questi casi dobbiamo chiederci qual è il nostro obiettivo, se è veramente importante creare empatia con l’interlocutore dell’esempio. Se la risposta è positiva, possiamo temporaneamente “adattarci” all’altro ed in seguito ritornare nella nostra posizione iniziale. Anzi, questo è un ottimo sistema per entrare nella mappa dell’altro e guidarlo nella nostra. Questa strategia non significa “spersonalizzarsi” in quanto ci permette di far aprire l’altro, comprendere la sua mappa, creare empatia, creare condivisione ed in seguito portarlo nella nostra visione della realtà. La vostra apertura dovrebbe essere sincera in quanto “giocare ipocritamente” con i valori e le credenze degli altri può rivelarsi un boomerang.

 

Se la visione dell’altro è troppo diversa dalla nostra possiamo limitarci a non attaccarla evitando di generare mismatching.

 

Invece, se creare empatia con l’altro non rientra nei nostri obiettivi, siamo liberi di non condividere la sua mappa.

 

Concludendo, un atteggiamento di apertura sincera verso gli altri (rimanendo comunque sempre se stessi) ci permette di arricchire la nostra visione, di espandere i nostri limiti mentali e di comprendere meglio chi ci circonda superando i convenevoli di una comunicazione superficiale.

 

Litigi, incomprensioni, ostilità e antipatie nascono da molte “mappe strappate”, dal mancato rispetto di valori e credenze di chi ci circonda e dalla voglia di imporre la nostra visione del mondo sugli altri. Atteggiamenti simili sono deleteri e molto utili per creare una insalubre atmosfera di antipatia attorno a noi.

PNL, realizza la tua vita

Cominciamo a renderci conto come la “mappa del mondo” di ogni individuo sia soggettiva e sia erroneo pensare che gli altri abbiano una visione del mondo identica alla nostra. La “visione del mondo” si basa su due elementi principali: Convinzioni e Valori.

Questi sono i pilastri che reggono la nostra esistenza. Le convinzioni o credenze sono “quello in cui noi crediamo”. Ad esempio, se un mio amico afferma: “Credo che la libertà sia importante!” esprime una convinzione estremamente importante; la maggior parte dei suoi comportamenti ruoteranno attorno a questa credenza. I valori sono “quello che è importante per noi”. Un esempio di valori sono: la famiglia, l’onestà, l’amicizia, la libertà, il dovere, ecc. Valori e Convinzioni sono elementi intimamente connessi in quanto se affermo “credo che la libertà sia importante”, esprimo sia una credenza che un valore.

In precedenza abbiamo esaminato come le credenze generate da generalizzazioni e cancellazioni (Francesco cerca sempre di fregarmi) limitano le nostre scelte e le azioni.

Altri esempi di convinzioni limitanti sono le seguenti frasi:

Sono un incapace – Le ho provate tutte, ma… – La vita è crudele – Nella vita sono un fallito.

È palese che simili asserzioni sono dannose e influenzano negativamente l’esistenza.

Esempi di credenze positive sono rappresentati dalle seguenti frasi:

Sono in una persona in gamba – Sono positivo – La vita è piena di possibilità – Riesco in tutto quello che faccio.

Ma come si formano le convinzioni?

Si tratta di esperienze emozionali significative (apprendimento emozionale) che si incidono nel nostro programma mentale. Il nostro comportamento è il frutto della somma di: credenze, valori genitoriali e cultura. Le convinzioni positive nascono da esperienze significative positive, costruttive e assertive. Quelle limitanti si creano da eventi negativi, non valorizzanti, delusioni e fallimenti. Generalmente si parte da un presupposto che grazie ad eventi i linea con esso si trasforma in convinzione. Ad esempio, supponiamo che pensi di non saper giocare a calcio (presupposto). In seguito ci provo e durante la partita non riesco a giocare bene. In quel contesto posso dirmi: “Sono un incapace!” (giudizio di valore) e i miei compagni possono rafforzare questa asserzione con altre frasi negative: “Lascia perdere perché sei un fallito!”. Da questo evento può crearsi una convinzione: “Non ce la farò mai” che rappresenta il cemento di tutti gli elementi del nostro essere.

Come bisogna comportasi davanti ad eventi simili per evitare la maturazione di convinzioni limitanti?

Esperienze di questo tipo devono essere viste come nuove informazioni e trasmissioni di dati. È fondamentale riconoscere il momento come fase di apprendimento per migliorare le proprie azioni future: “Grazie a ciò ora so che…”.

La magica capacità che dovete sviluppare consiste nel ristrutturare gli eventi in modo da bloccare il meccanismo che dal presupposto si trasforma in credenza.

Ad esempio, il presupposto “sono incapace” si trasforma grazie a queste magiche domande:

  1. Cosa devo fare per ottenere quella cosa?

  2. Ho già esperienze simili?

  3. Qual è il nuovo apprendimento positivo ?

  4. Quale soluzione sarebbe preferibile per me?

  5. Quale risorsa ci vorrebbe?

Le riposte vi aiuteranno a focalizzare la vostra attenzione su i punti di forza per migliorare le vostre azioni future.

Quello di cui dovete rendervi conto è che gli elementi negativi che condizionano la vostra esistenza sono puramente soggettivi e che è arrivato il momento di sbarazzarsene in cambio di un’esistenza felice. Riportate su carta tutte le convinzioni limitanti e guardate quanti paletti vi siete e vi hanno messo. Quando la gente emette giudizi di valore negativi su di voi (sei un buono a nulla, sei un fallito ecc.) immaginate queste frasi scritte su una lavagna e cancellatele mentre mentalmente vi dite: elimina, elimina, elimina. E questo stesso procedimento va applicato anche quando siete voi stessi ad asserire simili frasi. Uno dei meccanismi su cui si basa la creazione di schemi mentali statici si basa sulla ripetizione: più volte vi ripetete (o vi ripetono) una frase, più questa si fa spazio nella vostra mente. Quando pensate a qualcosa, le cellule del vostro cervello (i neuroni) si scambiano informazioni disponendosi in una particolare configurazione. Quando smettete di pensarci, lo schema neurale si scioglie. Però, se ogni giorno pensate alla stessa cosa costringendo le cellule a formare sempre la stessa configurazione, alla fine di creano dei ponti fissi e lo schema non si scioglie più. Ecco come si creano i comportamenti automatici o anche le convinzioni. Per farvi un esempio concreto pensate alla prima volta che avete indossato una cintura di sicurezza: avevate la tendenza a dimenticarvene: i neuroni si configuravano momentaneamente per poi sciogliere la formazione in mancanza del pensiero. In seguito, dopo numerose volte che lo avete fatto, è diventato un meccanismo automatico: si è creato uno schema di pensiero statico. Oppure pensate a quante cose fate quando guidate l’auto: schiacciate la frizione, cambiate marcia, accelerate, parlate con un vostro amico, seguite la strada giusta…e tutto questo senza pensarci. La prima volta che siete saliti in auto tutto questo era difficile. Ora ci riuscite perché avete creato delle configurazioni statiche che rendono automatici i comportamenti.

Cominciate a rendervi conto di quanto sia importante prestare attenzione a quello che pensate?

I ricercatori hanno appurato che il numero di volte che occorre per rendere fisso uno schema è ventuno. Ad esempio, se ogni giorno per tre settimane, vi alzate alle sei di mattina e andate a fare footing, creerete una compulsione a fare quel tipo di azione. I primi giorni sarete svogliati ma se avrete forza di volontà per tre settimane, renderete automatico il comportamento.

Questo meccanismo si estende anche ai filmini mentali che appena svegli formuliamo in merito all’andamento della giornata. Se creeremo nella nostra mente delle immagini negative (il capo che ci sgrida, il partner che ci critica) in maniera costante e ripetitiva, non dovremo meravigliarci se realizzeremo quel tipo di realtà. Inoltre, appena svegli, siamo in una fase estremamente ricettiva in cui la nostra mente è facilmente suggestionabile (stato alfa). Quando vi rendete conto che è in atto un simile meccanismo, bloccate i film mentali e proiettate altri positivi e diametralmente opposti in modo da creare schemi di pensiero positivi.

Ma come mai semplici pensieri possono influenzare la realtà esterna?

Quando ci convinciamo che la realtà è fatta in un certo modo, mettiamo in atto in serie di comportamenti inconsci che ci portano nella direzione attesa (anche se negativa). Ad esempio, se siamo convinti che il nostro capo ci sgriderà, metteremo in atto una serie di comportamenti (inconsapevoli) che lo faranno infuriare. Ricordate che una cosa è quello che vuole la parte razionale, un’altra è quella che desidera l’inconscio. Se quest’ultimo lo avete condizionato negativamente, lui farà di tutto per accontentarvi. La parte emotiva non giudica…si limita a fare quello che gli dite.

Stiamo cominciando a scrivere “il libretto di istruzioni” della vostra mente e a definirne le regole che vi permetteranno di migliorare la vostra esistenza.

Cerchiamo di riepilogarle aggiungendone altre.

  1. La regola fondamentale che emerge da quanto appena esposto consiste nel ripetere più volte un pensiero e/o un comportamento per renderlo automatico.

  2. Un’altra importante regola consiste nel prestare attenzione a quello che diciamo: da ora in poi niente frasi svalorizzanti nei vostri confronti e verso gli altri. Non è saggio programmare negativamente chi ci circonda. Da questo momento ditevi cose positive: sono capace, riesco in quello che faccio, sono positivo.

  3. Alla regola appena esposta bisogna aggiungerne un’altra: esprimere le frasi in positivo. L’inconscio non computa in negativo (no – non); ad esempio, se vi dico “non pensate ad un aereo”, la prima cosa che la vostra mente farà sarà quello di pensarci anche se io vi ho detto il contrario. Per questo motivo frasi come “non voglio essere infelice”, “non voglio soffrire”, si commutano in “sono felice”, “io gioisco”. Questa regola è fondamentale se desiderate inserire schemi di pensiero positivi e costruttivi. Se la violate rischiate di ottenere l’effetto opposto.

  4. Le frasi devono essere espresse al presente. Asserzioni espresse con verbi futuri non sono particolarmente incisive in quanto la parte profonda è sensibile al presente. “Io sarò felice” deve essere commutato in “io sono felice”. L’inconscio deve sentire la realtà desiderata nel presente.

  5. Il momento più adatto per darsi degli ordini positivi (ed eventualmente bloccare film mentali negativi) è al mattino appena svegli. Potete aiutarvi scrivendo una frase che sintetizza quello che volete realizzare e attaccare il foglio in un punto della camera visibile. Potete leggerla ed immaginare voi stessi che concretizzate quanto desiderato. Durante il giorno, anche se non siete in stato alfa, potete sempre applicare queste tecniche ma sono meno efficaci. Se al mattino avete difficoltà nell’utilizzarle, potete scegliere un momento della giornata in cui siete tranquilli, sedervi comodamente e rilassarvi.

Alcuni individui non accettano che il conducente del tram sia l’inconscio e non la parte razionale, soprattutto chi focalizza e sbilancia tutta l’esistenza sulla razionalità. Persone dotate di sensibilità ed intuito sono invece consapevoli di come l’emotività abbia un peso notevole nella vita.

PNL e eccellenza personale

Gli individui che tendono a raggiungere le mete con successo in modo ecologico e permanente hanno una particolare attitudine mentale. Non si tratta solo di “tecniche” ma anche di un particolare approccio verso la vita e il prossimo. In questo articolo ho riportato alcune caratteristiche presenti in queste persone.

  • Direzione
    È fondamentale avere sempre degli obiettivi e una direzione verso cui andare. L’errore commesso da alcuni è essere volti al passato; invece, è importante essere protesi verso il futuro con mete ben definite. Quando non si hanno degli obiettivi da perseguire tendiamo a disperdere le nostre energie rischiando di smettere di “lottare” per qualcosa. Quando abbiamo una direzione ben definita le nostre energie sono indirizzate verso l’obiettivo. Naturalmente, è importante adottare un approccio flessibile: cogliere il feedback di quello che non funziona migliorando le azioni future.

  • Decisione
    Nella vita è importante avere forza e capacità decisionale dato che nulla è certo. Non agire e rimanere fermi comporta l’unico risultato di renderci frustrati. Le situazioni che affrontiamo vanno analizzate per mettere in atto strategie per risolverle. Aspettare che vi sia la certezza matematica per prendere la giusta decisione può rivelarsi controproducente in quanto rischiamo di non agire. Ogni azione può portare ad errori e le decisioni potrebbero rivelarsi errate. Ma gli errori sono il feedback necessario per migliorare le azioni future. Grazie ad un atteggiamento flessibile è possibile modificare le proprie azioni fino al raggiungimento dei propri obiettivi. Bisogna rischiare e, in qualche modo, calcolare i rischi collegati alle varie decisioni. In seguito, agite prendendo quella che comporta maggiori vantaggi e minori svantaggi. Dovete essere pronti a commettere qualche errore dato che, se non agite, non sapete fino a che punto potete spingervi grazie alle vostre capacità. Inoltre, solo agendo potete comprendere realmente quali sono le risorse che avete a disposizione e quali dovete acquisire per raggiungere gli obiettivi.

  • Empatia
    Nelle relazioni è importante stabilire rapporti empatici con gli altri. Ad esempio, nelle aziende risultano essere più avvantaggiati coloro che hanno ottimi rapporti con i colleghi in quanto, nei momenti difficili, tendono a ricevere il sostegno del gruppo. In altre parole, accedono alle risorse del gruppo. Invece, coloro che non stabiliscono relazioni empatiche sono costretti a risolvere le situazioni solo con i loro mezzi. Questo potrebbe comportate un allungamento dei tempi per risolvere la situazione. L’empatia permette di stabilire relazioni basate sulla fiducia e di “mettersi nei panni” degli altri. Uno dei comportamenti che facilità rapporti costruttivi consiste nell’astenersi dal giudicare gli altri e di sforzarsi di comprendere il punto di vista altrui (se non addirittura condividerlo). Comprendere la “mappa del mondo” dei nostri interlocutori senza pregiudizi è una delle chiavi che permette la “costruzione di un ponte” tra due sponde opposte; questo genere di comportamento non significa “spersonalizzarsi” ma adattarsi momentaneamente agli altri per creare un “terreno comune”. Giudicare senza accettare, invece, è una delle chiavi per creare attorno a noi un’atmosfera di disarmonia.

  • Amore
    Un’altra caratteristica è il sincero interesse per il benessere degli altri. Quando proponiamo qualcosa o vogliamo spingere gli altri a compiere determinate azioni, dobbiamo sempre prendere in considerazione anche i vantaggi che loro riceveranno. In qualsiasi tipo di negazione se le parti ricevono reciproci vantaggi, tende a crearsi fiducia dato che convincere significa “vincere insieme”. Invece, se volete sopraffare il prossimo o semplicemente attestare la vostra superiorità facendo sentire gli altri dei perdenti, non stabilite empatia ma solo relazioni che nel lungo periodo potrebbero ritorcersi contro di voi. Anche se in un determinato contesto avete mansioni di leader e gli altri devono “obbedirvi”, non otterrete il rispetto imponendovi con la forza. Un buon leader è colui che usa il peso dei suoi poteri solo quando è necessario ed rivolto al benessere del gruppo in cui opera. Usare prevalentemente metodi prevaricativi serve solo ad accrescere l’odio nei vostri confronti, sentimento che potrebbe rivelarsi devastante quando il vostro potere potrebbe venir meno. Infatti, spesso il gruppo sceglie dei leader naturali; questi individui sono scelti in base a due caratteristiche salienti:
    a. sono decisi
    b. sono interessati al benessere del gruppo in cui operano
    In questo modo conquistano la fiducia della gente e, di conseguenza, creano empatia.
    A prescindere dai contesti aziendali, un approccio ecologico verso gli altri vi aiuterà a creare una rete sinergica di relazioni estremamente efficace.

Analizziamo ora i meccanismi che ci allontanano dal successo:

  • Disperarsi
    Cosa accade quando un nostro grande obiettivo diventa irrealizzabile?

Possiamo ritrovarci bloccati in un’emozione negativa che potrebbe allontanarci dalle nostre mete. In questo caso un desiderio si trasforma in un limite che potrebbe separarci dal successo. A volte può accadere che la voglia di “perfezione” ci renda frustrati quando non riusciamo ad ottenere esattamente quello che vogliamo. Quello che dobbiamo apprendere è che non sempre le nostre azioni portano i risultati sperati. I fallimenti devono essere considerati come lezioni che ci permetteranno di migliorare le azioni future. In altre parole, grazie alla flessibilità, potremo comprendere quello che funziona e mutare tutti quegli elementi che si sono rivelati dannosi o inutili. Bisogna divenire “pratici” ed imparare ad agire immediatamente senza mai rimandare a domani quello che possiamo fare oggi. In un precedente articolo ho evidenziato come “farsi films mentali negativi” potrebbe portarci a compiere comportamenti negativi. Quindi, immagini ed emozioni di frustrazione e disperazione possono creare un circolo vizioso. Accettare le delusioni come lezioni per migliorare le azioni future è fondamentale per mettere in atto comportamenti costruttivi.

  • Insicurezza
    Il dubbio è legittimo. Infatti, quando non siamo sicuri dobbiamo analizzare tutti gli aspetti. Ma se questa fase di analisi si protrae per troppo tempo può rivelarsi dannosa e controproducente.
    Quando siamo assaliti da dubbi o paure è giusto soffermarsi un attimo ed analizzarli prima di agire in modo da avere sempre presenti tutti gli aspetti di una situazione. Prima di agire io consiglio di fare una lista di possibili vantaggi e svantaggi che l’azione comporta. Dopo aver redatto la lista, è importante fare un analisi dei costi e dei benefici: solo in questo modo potete sapere se è conveniente agire. Ma in seguito bisogna decidere con risolutezza.


  • Rimpianto
    È importante non avere mai rimpianti. Immaginate di non agire per i vostri sogni, di restare bloccati nella paure e nelle incertezze. Immaginatevi a 80 anni e di guardare indietro nel tempo: quanti rimpianti avrete? Immaginate che questo sia il vostro ultimo giorno sulla Terra: cosa fareste? Quali sogni vorreste concretizzare? Se riuscite a rispondere a questa domanda sapete come rendervi felici e non avere rimpianti. La nostra società ci impone una serie di doveri, ma questo non esclude il fatto che lentamente potete cominciare a costruire il vostro sogno, coltivarlo e crederci mentre continuate a fare la vita di tutti i giorni. Non vi chiedo di mollare tutto e concentrarvi solo su quello che desiderate (sarebbe irresponsabile), ma di ritagliare uno spazio giornaliero per le vostre ambizioni. Se vi lasciate inglobare da sistema, dalla quotidianità, dai problemi, un giorno vi guarderete indietro e sarete pieni di rimpianti.


  • Indirizzare male le energie
    Alcuni comportamenti come l’aggressività, non sono negativi di per sé ma possono rivelarsi dannosi se indirizzati male. Quando è necessario, adottare un atteggiamento aggressivo può rivelarsi una soluzione vincente. Viviamo in una società in cui essere troppo passivi può portare ad essere sopraffatti. Durante sport agonistici, la squadra che adotta un atteggiamento aggressivo (anche se in svantaggio) tende ad intimorire l’altra: questo può portare alla vittoria.
    Chiaramente, essere aggressivi a sproposito, in tutte le situazioni e con individui che non ricorrono a questa strategia, è controproducente: sarete etichettati come intolleranti e il vostro atteggiamento sarà percepito come un segnale di debolezza e insicurezza.


  • Mancanza di Fede
    Per fede non mi riferisco a quella religiosa ma alla fiducia nelle proprie capacità, alla convinzione positiva che dovete costruire dentro di voi: prima o poi riuscirete nei vostri intenti. Arrendersi alle prime difficoltà costituisce un forte segnale di allarme di mancanza di fede in voi stessi e nella meta che volete raggiungere. I grandi personaggi che hanno lasciato il proprio nome nella storia avevano sempre in mente l’obiettivo da raggiungere, sapevano bene dove volevano arrivare; le sconfitte e i fallimenti li spronavano a migliorare le loro azioni perché erano fortemente convinti di raggiungere le loro mete. Questo differenzia le persone di successo da quello che hanno difficoltà ad emergere. Thomas Edison ha fallito 5.000 volte prima di realizzare la lampadina elettrica. Un giorno un giornalista gli chiese: “Mister Edison, perché insiste nel voler inventare la lampadina elettrica? Tutti sanno che è impossibile e ha già fallito 5.000 volte!”.
    Edison lo guardò e gli rispose: “Ragazzo, non ho fallito 5.000 volte, ho solo trovato 5.000 modi in cui la lampadina non funziona e prima o poi troverò quello giusto!”.

Realizzare se stessi con la pnl

L’uomo ha sempre cercato il segreto per realizzare se stesso, essere felice e materializzare i suoi desideri. Gli ostacoli che incontra sono molteplici e di varia natura: l’ambiente, i suoi simili e i limiti che si auto-impone. Quest’ultimo punto è fondamentale in quanto le nostre convinzioni profonde rappresentano sia dei punti di forza che dei punti di debolezza. Gli psicologi in passato erano convinti che fosse impossibile cambiare la propria mente: se siamo caratterialmente costituiti in un determinato modo, moriremo con quel tipo di mente. Ma, come vedremo in seguito, le ricerche hanno dimostrato il contrario: è possibile cambiare e spingersi oltre i propri limiti. Cerchiamo, però, di comprendere il funzionamento della nostra mente alla luce delle nuove scoperte. Ad esempio, quando afferriamo la penna sulla nostra scrivania mettiamo in atto una serie di movimenti, contraendo i muscoli senza una precisa volontà. Scegliamo, cioè, uno scopo (prendere la penna) e il cervello tramuta in azione quanto desiderato.

Quando un bambino apprende per la prima volta come afferrare degli oggetti, la sua mano è incerta ed è costretta ad eseguire una serie di correzioni. In seguito, grazie all’esperienza, questa incertezza svanisce anche per le correzioni apprese. Per costruire un meccanismo simile alle mente umana, il neurofisico inglese W. Grey Walter afferma che sarebbero necessari dieci bilioni di cellule elettroniche occupanti un milione e mezzo di piedi cubi il cui funzionamento richiederebbe energia pari a un bilione di watt. Questo meraviglioso meccanismo fa leva anche sulle convinzioni profonde che ogni soggetto possiede vere e proprie colonne su cui si basa l’esistenza di ogni individuo: sono loro che ci “dicono” cosa possiamo fare e cosa esula dalle nostre possibilità. Quello in cui crediamo – i films mentali che ci costruiamo – rivestono un’importanza fondamentale nella nostra esistenza in quanto influenzano i nostri comportamenti e la percezione stessa della realtà che ci circonda. Le aspettative che quotidianamente creiamo nella nostra mente “programmano” gli incontri, i litigi, le discussioni con alcune persone, e persino l’esito di alcuni eventi. Lo psicologo William Multon Masterson consigliava ai suoi pazienti di “simulare” mentalmente incontri di lavoro o situazioni importanti da affrontare vedendosi come persone vincenti e di successo. In altre parole, proponeva di creare mentalmente un film inerente specifici eventi di cui noi siamo i registi e i protagonisti principali.

Un esempio di quello che dico consiste nella “aspettative mattutine”: vi siete mai resi conto che la mattina appena svegli formuliamo dei films mentali o dei pensieri su eventi che affronteremo durante la giornata? E vi siete mai accorti che puntualmente queste aspettative si verificano? Chiaramente non mi riferisco a pensieri voluti, ma a quei “pensierini” di dubbio o paura che si affacciano senza il nostro consenso. Ad esempio, se appena svegli pensiamo ad un nostro collega che ci criticherà o con cui discuteremo, puntualmente, questi segnali premonitivi auto-avveranti si verificano. Ciò rappresenta un uso inconsapevole ed errato del potere dell’immaginazione. L’immaginazione è un sistema raccomandato anche da artisti e sportivi. Alex Morrison, uno tra i più famosi insegnanti di golf, asseriva che il novanta per cento dell’allenamento si svolge a livello mentale, seduti e rilassati su una comoda poltrona, immaginando dettagliatamente quello che si vuole ottenere. Allo stesso modo, il famoso pianista Artur Schnabel dedicava poco spazio alla pratica sul pianoforte a favore di molta pratica mentale Le ricerche in questo campo hanno fornito risultati straordinari. Il dott. Harry M. Grayson e il dott. Leonard B. Olinger condussero un interessante esperimento all’American Pychological Assn. su quarantacinque pazienti ricoverati nel reparto neuropsichiatrico. In una prima fase li sottoposero ad un test sulla personalità; in seguito, riproposero il test invitandoli a rispondere come individui “perfettamente a loro agio nel mondo esterno”. Il 75% dei soggetti apportarono dei miglioramenti nella compilazione del test e alcuni cambiamenti si trasferirono sul comportamento. I pazienti, per rispondere al test come avrebbe fatto un individuo sano, furono costretti ad immaginarsi persone equilibrate. Questo esercizio mentale contribuì ad avviare in alcuni di loro un processo tale da indurli a comportarsi come persone sane. I ricercatori, in verità, si spingono oltre: cambiare il nostro sistema di convinzioni può indurci a superare limiti che generalmente consideriamo invalicabili per la percezione ordinaria della realtà.

Il dott. Theodore Xenophon Barber, membro della Facoltà di Psicologia della American University di Washington e del Laboratory of Social Relations di Harvard, afferma che i soggetti che si trovano nella fase di stato ipnotico sono in grado di fare cose sorprendenti a patto che siano convinti della veridicità delle parole di chi ha operato l’ipnosi. Se l’ipnotizzatore convince il soggetto che le sue parole sono vere, le sue credenze e comportamenti cambiano di conseguenza. Questo spiega come sia possibile l’utilizzo dell’ipnosi come sistema alternativo per indurre analgesia in soggetti allergici all’anestesia. I fatti sopra enunciati, dimostrano come sia possibile cambiare la propria mente e le convinzioni che la governano. È sorprendente rilevare che alcuni di questi cambiamenti possono portarci a superare limiti che spesso e volentieri ci auto-imponiamo. All’interno della nostra mente esiste quello che rozzamente viene definito “programma mentale”. Si tratta di una serie di pensieri e di configurazioni neurali statiche createsi nei primi anni di vita. Quando veniamo al mondo siamo come un “dischetto vergine” che viene scritto grazie ai nostri genitori, l’ambiente, i mass media, la scuola e il gruppo sociale di appartenenza. Questo meccanismo di programmazione è intenso da 0 a 3 anni di vita; continua in maniera più lieve fino ai 12 anni per poi assestarsi definitivamente verso i 18/20 anni. L’importanza della programmazione, ne consegue, è fondamentale perché ci influenzerà per il resto della nostra vita. Ad esempio, se i genitori dicono spesso “sei un incapace!”, all’interno della mente questo schema di pensiero comincia a prendere forma; col ripetersi costante di tale affermazione, i neuroni si assestano definitivamente nella configurazione responsabile del “sei un incapace”. Se poi a questo s’aggiunge una carica emotiva (essere sgridati o ricevere percosse), la convinzione si crea molto più velocemente. Questo meccanismo tende ad influenzarci pesantemente nel corso della vita. Se un individuo si convince che non sarà mai un “benestante”, questo convincimento si tradurrà in concreta realtà e a nulla serviranno i suoi sforzi per modificarla: il primo passo deve, invece, essere rivolto verso se stesso.

Modificare le proprie convinzioni limitanti rappresenta la chiave di volta per innescare un cambiamento positivo nella nostra vita. Purtroppo, ciò non accade: ci limitiamo a vivere arroccati dietro le barriere delle proprie convinzioni, non ci aspettiamo più nulla dalla vita perché convinti di sapere tutto, negandoci perfino lo stupore che si lega a ciò che non si conosce. Tutto questo si traduce in rigidità neurale: non siamo più in grado di attivare nuovi schemi di pensiero in quanto seguiamo quelli createsi durante la nostra crescita. Siamo chiusi alle novità e ripudiamo tutto ciò che esula dal nostro modo di vedere il mondo. Alcuni mistici amano dire che è molto meglio essere una mela acerba perché è destinata a maturare piuttosto che una mela matura destinata a marcire. Essi affermano infatti che importante riattivare in noi lo spirito che avevamo da bambini, quando ci stupivamo di fronte alle novità: vedere per la prima volta un uccello, una cascata o una cane. Invece, ora che abbiamo etichettato tutto il mondo che conosciamo, non ci stupiamo più nel vedere un uccello cinguettare o un cane che fa le feste al suo padrone. Nell’universo esistono una vastità infinità di possibilità che non potremo mai vedere se non cambiamo modo di pensare. Durante le esplorazioni marittime, ad esempio, alcuni indigeni non vedevano le vele delle navi degli esploratori perché non conoscevano tali oggetti. Vi posso fornire un altro esempio più pratico, e facilmente riscontrabile nella realtà quotidiana: se qualcuno in casa sposta le chiavi delle nostra auto dal solito posto, non riusciamo più trovarle anche se sono sotto il nostro naso. Questo accade perché tendiamo a seguire determinati schemi mentali che falliscono di fronte alle novità. La Programmazione Neurolinguistica, disciplina nata in America negli anni ’70, elaborata da Richard Bandler e Jhon Grinder, basata sulla psicologia cognitiva, ha studiato come gli individui percepiscono la realtà esterna. Analizziamo brevemente cosa afferma la PNL. L’uomo percepisce la realtà attraverso i cinque sensi; da questo meccanismo si crea la rappresentazione interiore degli episodi esterni. Gli individui tendono a privilegiare un particolare senso, denominato canale preferenziale, rispetto agli altri quattro. In base al canale preferenziale gli individui concentreranno la loro attenzione su alcuni elementi non percependone altri.

La PNL ha classificato tre tipologie di individui in base al canale preferenziale: – Visivi (V) – Auditivi (A) – Cenestesici (K) (Quest’ultimo raggruppa tatto, olfatto e gusto) Un soggetto Visivo, ad esempio, durante un incontro, si concentrerà su dettagli legati alle immagini (colore e forma del vestito, cura dell’estetica e dell’immagine in generale del suo interlocutore) a discapito di altri elementi; un Auditivo, invece, presterà attenzione alle parole (cambi di tono nella conversazione, logica e ragionamento del suo interlocutore) dedicando meno attenzione ai dettagli visivi. Da questo fenomeno possono derivare differenti rappresentazioni interne dello stesso individuo esaminato. L’uomo non può lasciar passare tutte le informazioni in quanto la sua mente può concentrarsi su mediamente sette concetti; si tratta della legge del “7+2”, ovvero gli individui possono far passare da un minimo di cinque ad un massimo di nove informazioni. Superato tale limite, la mente mette in atto una serie di processi inconsci che distorcono, generalizzano e deformano la realtà prestando attenzione solo agli elementi che più la stimolano. I fenomeni appena accennati sono:

1. Generalizzazione

2. Cancellazione

3. Deformazione

1. Generalizzazione Procedimento attraverso il quale elementi o parte degli elementi sono staccati dall’esperienza originaria e finiscono per rappresentare l’intera esperienza. Generalizzare è una nostra capacità innata ed essenziale. Infatti, quando ci bruciamo una mano che ha sfiorato una stufa rovente, generalizziamo che tutte le stufe roventi ustionano le mani. Oppure, generalizziamo che le porte si aprono ruotando le maniglie dall’alto verso il basso. Ma, se generalizziamo fino a percepire tutte le stufe come pericolose, tanto da aver paura di restare in una stanza con una stufa, o ci ostiniamo ad aprire le porte solo in quel modo, limitando le nostre scelte.

2. Cancellazione È un fenomeno attraverso il quale ci concentriamo su alcuni aspetti dell’esperienza escludendone altri. In una camera piena di gente, ad esempio, si tende a prestare attenzione alle voci dei propri interlocutori escludendo quelle degli altri presenti nella sala, e l’eventuale musica di sottofondo. Questo procedimento potrebbe escludere eventuali segnali di stima e simpatia provenienti da nostri familiari o dai nostri diretti superiori.

3. Deformazione Si tratta di un processo di alterazione della realtà percepita. La fantasia può prepararci ad eventi che non abbiamo ancora affrontato. Questo fenomeno chiamato “Deformazione” ha favorito tutte le realizzazioni artistiche dell’uomo. Con questo identico procedimento possiamo limitare la nostra realtà. Ad esempio, supponiamo che una persona sia insoddisfatta di un suo collaboratore in quanto non lo ascolta mai. Se gli facessimo notare, invece, che qualche volta lo ha ascoltato, potrebbe risponderci che lo ha fatto solo quando aveva bisogno di qualcosa. È un sistema per non contraddire il modello creato.

Ogni giorno, in ogni momento della nostra vita, il programma mentale inconsciamente lavora e organizza l’esistenza. I ricercatori hanno dimostrato che è possibile cambiare la propria mente e, di conseguenza, la propria esistenza. Alcune scuole di pensiero, come quella del “pensiero positivo”, hanno ragione quando affermano di convertire i propri pensieri da negativi in affermativi, ignorando le immagini che si collegano a dubbi o paure. Personalmente, però, sono contrario agli estremismi in quanto i pensieri negativi sono una specie di “campanello di allarme” che ci segnala eventuali interferenze. In altre parole, il nostro inconscio elabora moltissime informazioni, e quando qualcosa non quadra ci invia dei segnali sotto forma di emozioni, immagini o pensieri negativi. Inoltre, la nostra parte emotiva è direttamente collegata all’Energia Universale e, di conseguenza, ignorando questi campanelli di allarme si rischia di diventare ciechi e insensibili alle varie sfumature dell’energia. Queste indicazioni vanno prese in considerazione, analizzate e, in seguito, concentrate sulla soluzione positiva. Invece, spesso e volentieri ci soffermiamo sul pensiero negativo rafforzandolo al punto tale da renderlo concreto. Vi sono alcuni che al mattino, invece della sveglia, hanno accanto un enorme randello, con cui si percuotono ripetutamente. Il randello – è sottinteso – è il simbolo dei pensieri negativi. Il segreto risiede nella convinzione fideistica di ciò che si pensa. Se creo pensieri postivi, ma non ne sono convinto, chiaramente non creo nulla! Nel celebre film “Matrix”, durante l’addestramento del protagonista alle arti marziali, l’istruttore gli dice: “Non pensare di essere più veloce, convincitene!”. E, non dovete convincervi domani di essere felici, ma Qui ed Ora! Se ci pensate un attimo, il futuro ed il passato, non esistono: il passato è qualcosa che ormai non esiste più, e il futuro, concretamente, non esiste in quanto è qualcosa che deve ancora realizzarsi. Esiste solo il “Qui ed Ora”. Per questo motivo è importante avviare cambiamenti nel presente e non in un futuro ipotetico. Altrimenti, ci lasceremmo condizionare da eventi passati, consentendo “alla scia… di guidare la barca”.

PNL e Metaprogrammi

Nelle relazioni interpersonali spesso ci chiediamo come mai sia così difficile raggiungere i risultati desiderati. Per fornire alcuni esempi pensate ad un venditore che non riesce concludere la vendita, ad una moglie che non convince il marito a portarla a cena fuori o al responsabile di un reparto che ottiene con molta difficoltà l’obbedienza dei propri collaboratori. Quando la gente si trova in situazioni simili dice:
“Eppure le ho provate ma non mi ascolta! Con quella persona è impossibile andare d’accordo!”.

Ma siamo sicuri che sia proprio vero? Uno dei più grossi errori è credere che tutti ragionino come noi, ma in realtà la mente dei nostri interlocutori è diversa dalla nostra. Le sue esperienze, le sue convinzioni, i suoi valori e i suoi filtri mentali creano in lui una “Mappa del Mondo” completamente difforme dalla nostra. Uno dei segreti della comunicazione efficace risiede nel sviluppare una grande abilità: decodificare velocemente la mappa del mio interlocutore, adeguarmi ad essa e “confezionare” l’approccio a lui più adatto.

La difficoltà più grossa risiede nella capacità di adeguarsi agli altri: vogliamo che le persone cambino senza modificare il nostro comportamento.
Tempo fa avevo un grosso problema relazionale con una persona e chiesi un consiglio al trainer che mi stava formando. Mi disse: “Se vuoi cambiare gli altri cambia tu per primo”.
“Che razza di risposta è questa?” pensai.
In realtà aveva ragione: solo entrando nella “Mappa del Mondo” degli altri è possibile portarli nella nostra.
Il nostro punto debole è rappresentato dalla voglia di non cambiare e di pretendere mutamenti nella nostra vita senza il minimo sforzo. In PNL si dice:

“Se continui a fare quello che hai sempre fatto, continuerai ad ottenere quello che hai sempre ottenuto”.

Questa frase dovete inciderla nella vostra mente in quanto vi ricorderà sempre in modo chiaro che “siete responsabili al 100% dei risultati nella comunicazione, sia in positivo che in negativo”.
Non esiste una formula magica che vi mostra come convincere gli altri senza un minimo sforzo. Il Signore della Guerra cinese Sun Tzu ben 2500 anni fa ha detto che…


…se voi conoscete il vostro nemico e conoscete voi stessi, conoscerete sempre il risultato di cento battaglie,

 ma se voi conoscete voi stessi e non il vostro nemico, le vostre possibilità di vittoria saranno del 50%.

Questa massima può essere applicata molto bene nella Comunicazione Efficace: dovete imparare a comprendere chi avete di fronte e solo in questo modo potete direzionarne l’esito a vostro favore.

Se voi vi limitate alla semplice esposizione delle informazioni, state semplicemente soddisfacendo le basi di un processo comunicativo. Se invece riuscite ad entrare nella mente di chi avete di fronte potete mettere in atto una “Comunicazione Efficace” in maniera assertiva e raggiungendo i risultati ambiti.
Sviluppare questa abilità vi permette di stabilire Rapport ed identificare i bisogni del vostro interlocutore divenendo abili nel comprendere quali sono i “tasti da premere e quali evitare”. Solo in questo modo potete realmente comprendere quale è il suo “generatore di strategia” che lo motiva nelle azioni.

Ma come è possibile raggiungere simili risultati? Si diviene comunicatori efficaci con gli altri quando si è in grado di identificare i pezzi del puzzle che compongono la loro unica Mappa del Mondo e qual è la chiave attraverso la quale prendono decisioni.
Bisogna smetterla di dire:
“Ah…con quella persona è impossibile andare d’accordo e non andrà mai d’accordo con nessuno!”.

Questa è una bugia e profondamente lo sapete anche voi. Ma pensate realmente che quella persona non va d’accordo con nessuno? Certo che si relaziona bene con altre persone e voi potreste essere una di queste se accettate il fatto di comprendere la sua mappa e di adeguarvi ad essa. Dipende sempre dal vostro obiettivo.
Se volete relazionarvi anche con la gente più difficile dovete divenire flessibili; se invece non volete relazionarvi con loro potete ignorare quanto affermato finora. Ma, sia che scegliate la prima soluzione che la seconda, la premessa non cambia:


siete responsabili al 100% del risultato nella comunicazione.

Noi tendiamo ad avere uno o al massimo due tipi di approcci agli altri sviluppati grazie alle esperienze di vita che ci hanno permesso di raggiungere un elevato numero di relazioni positive. Ad esempio, con queste strategie, ogni dieci persone con cui vi relazionate, quattro stabiliscono empatia con voi. E le altre sei? E se fosse possibile incrementare questa percentuale? Quando deciderete di abbandonare il singolo approccio e di divenire più flessibili sarete anche in grado di creare empatia con più tipi di persone.

Come è possibile comprendere la mappa del mondo di chi abbiamo di fronte? La Programmazione Neurolinguistica ci aiuta grazie ai Metaprogrammi. Questi ultimi sono schemi di comportamento inconsci, filtri attraverso i quali setacciamo la realtà esterna.
I Metaprogrammi hanno origine dal lavoro svolto da Carl Gustav Jung esposto nel libro da lui edito: “Tipi psicologici” del 1923. A Jung si è poi ispirata Isabel Briggs Myers, ideatrice del Myers-Briggs Type Indicator, il metodo per tracciare profili psicologici più largamente usato negli USA nella selezione del personale.

L’attuale sistema ha origini da uno precedente elaborato da Richard Bandler e poi ulteriormente approfondititi da Roger Bayley basato sulla psicologia cognitiva e mostra come gli individui percepiscono la realtà esterna creando diverse rappresentazioni interiori da soggetto a soggetto.
I Metaprogrammi sono i filtri che utilizziamo per scegliere verso cosa prestare attenzione. In questo modo eliminiamo delle parti oggettive della realtà creando una mappa soggettiva. Possono cambiare nel corso del tempo e alterarsi in base allo stato emotivo. Per esperienza posso affermare che in nuovi contesti gli individui tendono a non utilizzare gli abituali schemi di comportamento inconsci; tornano ad utilizzarli solo quando si sono adattati alla nuova circostanza.
Conoscere questi schemi può aiutarvi a prevedere le azioni delle persone con cui vi relazionate ma non è un sistema per incasellare gli individui:


LE PERSONE NON SONO IL LORO COMPORTAMENTO

Se qualcuno fa confusione non vuol dire che sia un confusionario!
Alcuni Metaprogrammi vengono esposti in maniera bipolare: schemi di comportamento opposti e differenti. Ma nella realtà esistono diverse gradazioni tra un polo e l’altro.
Cerchiamo di comprenderli meglio.

Ad esempio, vi è mai accaduto di chiedere informazioni a qualcuno in strada per raggiungere un determinato indirizzo? Probabilmente avete avuto due tipi di riposte:
1) “Bene…allora…vede quel giornalaio? Deve prendere la strada di fronte, percorrerla per 50 metri, al semaforo a sinistra, poi dopo 25 metri a destra…poi, non al primo, ma al secondo incrocio svolti a destra….poi troverà un fioraio, deve svoltare alla sua sinistra e…”.
2) “Bene…vada diritto e poi chieda informazioni perché è lì vicino! ”.
Qual è la differenza tra la prima e la seconda risposta? La prima mostra che l’interlocutore ha bisogno di compiere una serie di processi mentali più o meno complessi prima di arrivare all’obiettivo.
La seconda evidenzia che l’individuo che abbiamo di fronte “salta” i processi mentali e arriva direttamente all’obiettivo. Questi Metaprogrammi si chiamano


Di Processo <—————×————-> Di Obiettivo

Il primo esempio ci mostra uno schema di comportamento Di Processo dove l’individuo ha la necessità di compiere processi mentali dettagliati (le varie strade) senza i quali non riesce a pervenire all’obiettivo finale (la via richiesta).
Il secondo è denominato Di Obiettivo e fa riferimento a tutti quegli individui che generalmente focalizzano la loro attenzione sull’obiettivo finale evitando i dettagli che permettono di raggiungerlo. Naturalmente è un meccanismo mentale che possiede varie sfumature: possiamo incontrare alcuni individui molto Di Processo ed altri un po’ meno anche se rientranti nel medesimo Metaprogramma. Inoltre non esistono schemi di comportamento migliori o peggiori in quanto ognuno possiedo vantaggi e svantaggi. I Metaprogrammi mostrano semplicemente una parte della Mappa del Mondo del nostro interlocutore.

Per comprendere meglio questo meccanismo comportamentale immaginate due amici in vacanza. Uno di loro al risveglio esordisce improvvisamente: “Bene, zaino in spalla e scaliamo la montagna!”.
L’altro lo guarda atterrito in preda ad un crisi di panico: “Ma come? Senza organizzarci? Abbiamo bisogno di un giorno solo per studiare la mappa, il percorso più adatto, quanto acqua e cibo portare, telefonare per sapere le condizioni meteo, se c’è qualche rifugio lungo la strada…”.
Il primo amico tende ad essere Di Obiettivo mentre il secondo Di Processo. Come potete vedere nessuna delle due modalità è sbagliata in quanto una tende all’azione mentre la seconda ad una accurata pianificazione. A livello relazionale, però, nel lungo periodo potrebbero crearsi dei contrasti in quanto troppo diversi.

Ma come possiamo utilizzare questo sistema per meglio relazionarci con gli altri? Ad esempio, con un Di Processo evitate di esercitare troppa pressione nel fargli prendere decisioni in quanto ha bisogno di seguire i suoi schemi di pensiero per pervenire all’azione: seguite i suoi ritmi senza forzarlo. Inoltre bisogna seguire i dettagli e le procedure senza “saltare” direttamente all’obiettivo. Ad esempio, durante una vendita se il cliente fa riferimento a questo schema, rendetevi disponibili a mostragli tutti i dettagli che richiede ed evitate di andare direttamente alla chiusura del contratto.

Invece, con un Di Obiettivo mostratevi attivi, immediati e diretti, se dovete prendere delle decisioni evitate troppi ripensamenti e procedure mentali: chi adotta questo stile di comportamento ama l’immediatezza nell’azione.
La PNL ha individuato molti schemi di comportamento inconsci ma in questa sede ne esamineremo solo due.
Un altro Metaprogramma è


in time <—————×————-> through time

Si riferisce alla percezione del tempo e a come gli individui si orientano nella vita in base ad esso.
Organizziamo il tempo in maniera diversa e generalmente ci collochiamo in questo Metaprogramma.
Chi è “In Time”, ha più schemi di pensieri per volta, ama vivere il momento presente ed centrato nel “Qui ed Ora. È il classico soggetto del Carpe Diem che non ama pianificare troppo il futuro. I ricordi tendono ad essere associati con le emozioni. Quando devono prendere delle decisioni non amano avere limiti di tempo in quanto prediligono un’esistenza più flessibile e non ordinaria.. Questo modo di percepire il tempo viene anche denominato “Tempo Arabo”.

“Through Time”, invece, ragiona come un Organizer Cartaceo in quanto riesce ad avere un visione dettagliata del tempo futuro riuscendo a pianificarlo in maniera efficace. Chi ha questo Metaprogramma tende ad avere difficoltà a vivere in associato con il presente. Per questo motivo possono avere difficoltà a concentrasi in ambienti caotici. Tendono a condurre un’esistenza più ordinata e pianificata rispetto ad In Time. I ricordi tendono ad essere dissociati dalle emozioni. Viene anche denominato “Tempo Euro- Americano”.

La domande che possono aiutarci ad individuarli sono le seguenti: “Come organizzi il tempo? Ami pianificare dettagliatamente il futuro (Through Time) o ti organizzi volta per volta?”.
Con un In Time dovete relazionarvi senza fare troppa pressione nel fargli prendere decisioni inerenti il futuro limitandovi al momento presente.
Invece, il Through Time dovete assecondarlo nella pianificazione e progettazione futura delle attività evitando di restare “fermi” nel momento presente. Questo atteggiamento tende a percepirlo come pigrizia.
 

Metaprogramma

Tratti identificativi sintetici

Stile di relazione da adottare

Di Processo

Attento ai dettagli, più schemi di pensiero, ha bisogno di seguire procedure mentali per arrivare all’obiettivo finale.

Siate attenti ai dettagli, evitate la superficialità, evitate di saltare direttamente alle conclusioni. 

Di Obiettivo

Focalizza la sua attenzione sull’obiettivo finale, non ama troppi dettagli.

Siate poco focalizzati sui dettagli, andate direttamente “al sodo”, evitate troppi giri di parole per arrivare all’obiettivo.

In Time

Vive il momento presente e il Qui ed Ora, vive in associato ricordi ed emozioni, non ama la pianificazione futura.

Siate centrati nel Qui ed Ora, evitate di porgli limiti temporali per prendere decisioni future.

Through Time

Ama la progettazioni degli eventi futuri, vive in dissociato i ricordi dalle emozioni, può avere difficoltà nel concentrasi nel momento presente.

Evitate di inserirlo in ambienti caotici, di essere poco attenti alla pianficazione, siate puntuali negli appuntamenti.

Tabella riassuntiva sintetica

PNL e submodalità

L’uomo percepisce la realtà attraverso i cinque sensi: vista, udito, olfatto, tatto e gusto. Noi tendiamo a concentrare la nostra attenzione su uno di questi in particolar modo. Ad esempio, ci sono persone che quando incontrano qualcuno inizialmente tendono a notare com’è vestito e l’abbinamento dei colori; altri invece si focalizzano su quello che ascoltano soppesando le parole; oppure c’è chi valuta le persone dalle sensazioni che gli trasmette.

 

La Programmazione Neurolinguistica distingue tre categorie di individui in base al canale preferenziale (anche se questa definizione è riduttiva in quanto si tratta di strategie): Visivi (vista), Auditivi (udito) e Cenestesici (sensazioni). In questo ultimo canale generalmente si raggruppano anche olfatto e gusto anche se si tratta di un raggruppamento un po’ grossolano.

 

È bene ribadire che se qualcuno è Visivo non significa che non usa l’udito o non prova sensazioni ma che semplicemente ama inizialmente ricevere informazioni in quel particolare canale. 

 

 

Visivo, Auditivo e Cenestesico vengono denominati Modalità; al loro interno esistono delle specificazioni denominate Submodalità.
Ad esempio: se una persona è vestita con un completo classico (modalità), posso analizzare di che colore è la giacca, il pantalone, che tipo di cinta e scarpe possiede, com’è la sua voce, ecc.. (submodalità). Quindi le submodalità sono una specificazione delle modalità e possono essere Visive, Auditive e Cenestesiche.

 

Le SM sono strumenti molto potenti: ad esempio posso trasformare un film serio sostituendo la voce dei protagonisti con altre comiche. Pensate ad una persona che vi incute timore e sostituite mentalmente la sua voce con quella di, ad esempio, Paperino. Sicuramente cambia la percezione stessa del soggetto e vi incute meno timore. 

 

Per comprendere meglio il concetto di SM, provate a fare questo esercizio:
Guardate (o immaginate) un vostro amico e pensate di mettergli un cartello con la scritta:

 

  – IL PIÙ ONESTO DEL MONDO.
  In seguito cambiate il cartello con un’altra scritta:
  – IL PIÙ GRANDE CRIMINALE DEL MONDO.

 

Le percezioni sul vostro amico cambiano. Questa operazione tendiamo ad attuarla inconsciamente su tutte le persone che conosciamo “mettendo” cartelli immaginari con le scritte più fantasiose.

 

Le SM sono potenti strumenti di cambiamento per compiere trasformazioni interiori.

 

Un buon esercizio di trasformazione delle percezioni interne “negative” consiste nel pensare al momento presente, come ci si vede in questo preciso istante ed in seguito cambiarne le S.M..

 

Sedetevi comodamente e immaginate di vedere la vostra immagine all’interno di uno schermo televisivo: com’è l’immagine? È disturbata? L’audio è perfetto o vi è un fruscio di sottofondo? Se vi sono delle interferenze, immaginate di agire sulle manopole di regolazione fino a quando la ricezione è perfetta.

 

Questo esercizio vi aiuta a prendere confidenza con le S.M.. 

 

Analizziamone un altro che può essere utile per recuperare risorse interiori.

 

Ad esempio, da un po’ di tempo non siamo molto motivati e desideriamo riacquisire risorse positive che avevamo in passato.

 

Il primo passo consiste nel creare un immagine del nostro Stato Presente in cui non siamo soddisfatti. Immaginate di poterla collocare nello spazio della camera in cui vi trovate e notatene tutti i particolari: la vostra fisiologia nell’immagine, luminosità, se vi è una cornice, un suono, che tipo di respirazione avete, tono di voce, ecc. (in altre parole, estraete le submodalità).

 

Il secondo passo consiste nel creare l’immagine del nostro stato desiderato. Per fare questo possiamo attingere ad un immagine del passato e in seguito immaginare di collocarla nello spazio della camera. Come per l’immagine dello stato presente, notate tutti i particolari che la compongono.
Sicuramente le due immagini saranno collocate in posti diversi e i particolari che le riguardano saranno differenti.

 

L’individuazione spaziale dell’ immagine motivante è importante. Infatti, il posto in cui collocate quella dello stato desiderato coincide con il luogo ideale in cui si trovano le risorse positive.

 

Prendete l’immagine dello stato presente (negativo) non desiderato; allontanatela e avvicinatela, scoprendo se varia lo stato emozionale.

 

Ora, dovete cambiare le submodalità del vostro stato presente inserendo quelle dello stato desiderato.
Ad esempio, supponiamo che l’immagine dello stato presente sia nebulosa, con una cornice scura e che vi sia una strana sensazione di ovattamento; in quella desiderata la cornice è dorata, è luminosa e siete raggianti. Dovrete inserire queste ultime nello stato presente sostituendone le SM.
Infine, quando le avrete cambiate rendendole identiche, dovrete spostare l’immagine dello stato presente nel posto in cui si trova lo stato desiderato.

 

Quando operate la costruzione dell’immagine desiderata, svincolatela dall’immagine negativa presente in quanto creerete qualcosa che comunque sarà collegata al passato. Dovete operare su un foglio bianco e non creare un immagine di “reazione” all’evento negativo, altrimenti sarà sempre collegata all’evento non desiderato.
Prima di procedere con l’operazione, definite il cambiamento. Ad esempio, quando vogliamo fare dei lavori in casa, prima decidiamo il cambiamento da apportare e poi prendiamo gli attrezzi (SM).

 

Utilizzare queste tecniche prima di coricarsi permette al nostro inconscio di metabolizzare meglio il lavoro analogico.

Parlare in pubblico

Una delle convinzioni più diffuse relative al Public Speaking è che tutto possa risolversi in una semplice esposizione di dati e informazioni. Mettere insieme le conoscenze e limitarsi alla loro semplice presentazione è solo uno dei requisiti minimi.

Secondo il mio personale parere il trainer riveste un ruolo importante in quanto si fa carico di un compito estremamente importante: trasferire realmente le nozioni che sono oggetto della sua lezione. Ora, questo concetto è estendibile anche a chi si occupa di vendita e si rivolge a più persone contemporaneamente o a chi deve rivolgersi ad un vasto pubblico. In altre parole, i consigli del presente articolo sono rivolti a tutti coloro hanno l’interesse a coinvolgere chi li ascolta.

La preparazione tecnica di chi entra in aula è fondamentale e potrebbe anche essere più sufficiente: vi sono docenti talmente preparati che, anche essendo poco comunicativi, riescono a conquistare l’aula.
Ma immaginate come potrebbe essere apprezzato un trainer che oltre ad essere preparato riesce anche a comunicare in maniera eccellente. In un precedente articolo ho parlato di empatia e di come sia possibile crearla in un rapporto tra due persone (Empatia e Rispecchiamento). Un docente che vuole anche comunicare in maniera eccellente deve fare un ulteriore passo: stabilire empatia con più persone contemporaneamente.
Parlare in pubblico o trasferire concetti ad un vasta platea richiede abilità e una particolare attitudine mentale. Questo non vuol dire che è un ruolo destinato a pochi, ma che richiede lo sviluppo di particolari capacità. Per “parlare in pubblico” non intendo la semplice esposizione e il commento di diapositive elettroniche, non mi riferisco al semplice trasferimento di nozioni.
Un buon trainer è colui che riesce a catturare l’attenzione di chi lo ascolta trasferendo realmente le nozioni che espone.
Il trainer generalmente presta attenzione al feedback dell’aula adattandosi ad essa in tempo reale. Ha in mente l’obiettivo, è sempre centrato sul bersaglio ma allo stesso tempo è in grado di cambiare le strategie non efficaci. Se si rende conto che un argomento abbassa il livello dell’attenzione o il suo modo di fare non è efficace, cambia piano di azione improvvisando una nuova strategia.
L’apprendimento si svolge su un livello emotivo oltre che razionale. Quindi è importante anche rendere ludica l’esposizione e “rompere gli schemi”.
Per esposizione ludica non intendo dire che il docente deve trasformarsi in un cabarettista, ma rompere gli schemi con qualche battuta ad effetto aiuta a risollevare il livello dell’attenzione quando è in fase calante. Un’eccessiva serietà rischia di pregiudicare l’apprendimento. Prepararsi in anticipo qualche battuta relativa alla lezione può rivelarsi un ottimo strumento per migliorare la propria esposizione. Chiaramente deve essere collegata al contesto ed espressa al momento giusto.
Fondamentali sono i break soprattutto nelle giornate full immersion. È consigliabile intervallarle con delle piccole pause e generalmente mai superare l’ora e mezza di esposizione in quanto la concentrazione di chi vi ascolta tende a calare. In realtà non vi sono dei tempi rigidi a cui attenersi ma un occhio attento si regola in base al dell’aula. È molto meglio fare 5 minuti di break piuttosto che avere di fronte gente assente (mentalmente).

Un altro punto importante inerente l’attenzione sono le dimostrazioni. Diventano fondamentali soprattutto durante esposizioni troppo tecniche che potrebbe causare cali di concentrazione. Se riuscite a preparare un serie di dimostrazioni pratiche, potrete risollevare il livello dell’attenzione. Generalmente si utilizzano all’inizio (per attirare l’attenzione del pubblico), verso la parte centrale della presentazione-lezione (per risollevare l’attenzione) e verso la fine (per creare un ancoraggio positivo all’evento).
Un trainer in PNL possiede anche altre risorse per coinvolgere il suo pubblico. Ad esempio, esporre utilizzando predicati Visivi, Auditivi e Cenestesici. In questo modo riesce a mostrare efficacemente i suoi concetti, può parlare di diversi argomenti senza far calare l’attenzione e può far toccare con mano la validità dei suoi insegnamenti. Chiaramente, utilizzare anche il linguaggio ericksoniano per predisporre all’apprendimento la sua platea può rivelarsi una strategia vincente. In realtà, un Trainer in PNL dispone di una serie di strumenti linguistici che gli permettono di predisporre positivamente lo stato emotivo degli ascoltatori. A volte stupisce sentire, dopo un’intera giornata d’aula in full immersion: “E’ passata velocemente e piacevolmente”, nonostante siano stati toccati argomenti molti tecnici. Ma non bisogna pensare che sia solo una questione di tecniche: in realtà un buon Trainer in PNL ha un particolare approccio ecologico verso l’aula e le persone che lo circondano; per questo motivo raggiunge spontaneamente determinati risultati. Potremmo dire che le tecniche sono lo strumento iniziale che permettono l’evoluzione della persona che le utilizza. Ma non bisogna illudersi che la sola conoscenza delle tecniche automaticamente permetta di raggiungere le mete. Se sinceramente non “ci si mette nei panni degli altri”, non si utilizza “un approccio aperto verso le convinzioni altrui”, non si è “sinceramente interessati al benessere degli altri”, potrete conoscere tutte le tecniche “super segrete” di questo pianeta ma avrete sempre risultati a breve termine. Questo avviene perché non create sinceramente empatia, elemento che è alla base della PNL.

Esaminiamo alcuni accorgimenti che possono essere utilizzati anche da chi non è un esperto in PNL:

1. Entrare in aula con giusta attitudine mentale
2. Rispondere alle domande senza nascondere nulla
3. Adattarsi alla direzione che l’aula suggerisce (pur rimanendo “centrati sul bersaglio”)
4. Mai giudicare le obiezioni
5. Utilizzo del silenzio

1. Entrare in aula con giusta attitudine mentale
Qualsiasi problema abbiate dovete lasciarlo fuori dall’aula. Bisogna rivolgere tutte le energie verso il pubblico. Che stiate vendendo, parlando ad un platea di decine di persone o svolgendo una lezione, è fondamentale “esserci con la testa”. Al pubblico, magari, potrebbe anche importare che voi abbiate qualche problema personale, ma loro sono di fronte a voi per aver il massimo.
La gente vuole nozioni trasferite nel miglior modo possibile. Nella comunicazione tutto quello che pensate si riflette nella vostra fisiologia dato che trasmettete inconsciamente il vostro stato interno. Se esponete con un minimo di entusiasmo, comunicherete questo contagioso stato emotivo coinvolgendo l’aula.
Una tecnica per influenzare il vostro stato interno e di conseguenza la fisiologia esterna consiste nel “sottotesto”. Mentalmente dovete ripetere un frase ciclicamente (come se fosse un mantra), almeno nella fase iniziale. Ad esempio, se sono terrorizzato al solo pensiero di parlare davanti a 50 persone, posso ripetere mentalmente:
“Parlo davanti a vecchi amici, parlo davanti a vecchi amici, parlo davanti a vecchi amici…”.
La ripetizione di questa frase influenzerà la vostra comunicazione non verbale e inconsciamente trasmetterete tranquillità. Non è semplice adottare il sottotesto e parlare contemporaneamente. Infatti non dovrete usarlo durante tutta l’esposizione ma solo nella parte iniziale e quando sarete insicuri. Con un po’ di allenamento è possibile utilizzare questa tecnica efficacemente.

2. Rispondere alle domande senza nascondere nulla
In qualsiasi tipo di esposizione, che siate un formatore, un venditore o altro, di fronte a domande o obiezioni dovete sempre mostrare di essere sicuri di voi stessi. (…)

(…) Ad esempio, durante alcune conferenze è accaduto che alcuni partecipanti abbiano fatto domande insidiose; in questo casi il mio atteggiamento è sempre sicuro rispondendo direttamente alle domande. Evito frasi del tipo: “Prendete nota vi risponderò in seguito”.
Un simile atteggiamento può essere frainteso come paura di rispondere. Ricordate sempre che quello che fate con una singola persona si ripercuote su tutto il gruppo che avete di fronte. Posso comprendere che alcuni non amino essere interrotti durante l’esposizione in quanto vi è il timore di perdere il filo del discorso. Per esperienza, invece, io preferisco che il pubblico mi faccia domande in quanto questo permette di “personalizzare” la mia esposizione. Chiaramente vi possono essere delle eccezioni: alcuni partecipanti possono esagerare con continue domande. Dopo un iniziale atteggiamento di disponibilità vi consiglio di tagliare con decisione mostrando sempre rispetto. Dato che dovete mantenere il rapport con l’aula, se vi fate interrompere continuamente, rischiate di creare disarmonia con la maggioranza. Generalmente questi casi sono rari ma possono verificarsi.

3. Adattarsi alla direzione che l’aula suggerisce (pur rimanendo “centrati sul bersaglio”).
Questo punto si ricollega al precedente: le domande possono essere uno spunto vantaggioso per adattarsi al gruppo. Chi inizia una presentazione ha una linea guida da seguire, una serie di passi e un obiettivo da raggiungere. Molti amano usare le slides (anch’io durante esposizioni molto tecniche) in modo da non farsi distogliere dalla “strada” da percorre. Personalmente ritengo che quando il pubblico sollecita una direzione diversa (rimanendo invariato l’obiettivo) è possibile adattarsi: questo tipo di esposizione flessibile permette di mantenere il rapport e soddisfare maggiormente le aspettative. Naturalmente, sconsiglio di farlo se la “deviazione” è eccessiva o rischia di cambiare l’obiettivo finale dell’incontro.

4. Mai giudicare le obiezioni
Le obiezioni sono dei blocchi di resistenza che vanno prima compresi e in seguito sciolti . Non serve a nulla ignorarle o (peggio) attaccarle e/o deriderle. Dovete sempre rammentare che quello che fate ad un singolo partecipante si ripercuote su tutta l’aula. Ogni critica è sempre un’ottima osservazione (per quanto apparentemente banale possa apparire) e deve sempre essere accolta con cortesia e rispetto. Bisogna mantenere questo atteggiamento anche quando le domande sono ambigue, implicitamente offensive e con l’obiettivo di mettervi in difficoltà. Soprattutto in questo ultimo caso è fondamentale mostrarsi aperti. Durante una presentazione un partecipante mosse delle critiche infondate. Cercavo sinceramente di comprendere cosa volesse dirmi e mantenevo sempre un atteggiamento aperto. Invece, questa persona continuava ad incalzare nonostante mostrassi di essere parzialmente in accordo con lei. Alla fine fu allontanata dalla presentazione dagli stessi partecipanti che videro nei suoi interventi solo un modo per rovinare la conferenza. Sono convinto che se mi fossi comportamento in modo diverso, attaccando il partecipante o ignorando le sue osservazioni, avrei rovinato il rapport con l’intero gruppo. Invece, si era creata una qualità empatica talmente elevata che la gente prese le mie difese.

5. Utilizzo del silenzio
Cosa bisogna fare se c’è gente che vocifera e disturba l’esposizione? Generalmente nelle grandi conferenze non arrecano disturbo ma in situazioni più modeste potrebbero rovinare la presentazione. Atteggiamenti immediatamente aggressivi sono deleteri. Ad esempio, frasi come:
“Se avete qualcosa da dire, uscite fuori”, o “rendeteci partecipi”, potrebbero infrangere il rapport. Infatti, non potete mai sapere chi sono questi individui e in che modo sono (se lo sono) collegati con il resto dei partecipanti. Un sistema molto efficace e che permette di mantenere il rapport si realizza nel smettendo di parlare e osservare con tranquillità chi disturba; in seguito riprendete come se nulla fosse accaduto. Se si dovesse ripetere l’evento, non dovrete fare altro che utilizzare il silenzio. Per esperienza i “disturbatori” smettono in quanto mettete in atto un sottile sistema di pressione psicologica che apparentemente non è aggressivo.

In questo breve articolo ho cercato di fornire una serie di suggerimenti da applicare in base alle circostanze. Consiglio sempre un approccio empatico ma in alcune situazioni può rendersi necessario un atteggiamento autorevole (non autoritario) per riprendere le redini della situazione. Dovete sempre tenere a mente che in quel momento voi avete un ruolo di leader. È anche vero che chi ha il ruolo di leader non sempre ha le capacità di leadershi .
Un vero leader deve possedere le seguenti capacità:

1. Self Skills
2. Capacità di relazione
3. Capacità di pensiero strategico
4. Capacità di pensiero sistemico

1. Self Skills
Si riferisce a come il leader impiega se stesso in una particolare situazione.
Permette di far scegliere o progettare lo stato più adatto, attitudini, criteri e strategie con le quali affronta le situazioni.

2. Capacità di relazione
Comprendere, motivare e comunicare con gli altri. È l’abilità di entrare nella mappa del mondo altrui, comprendere obiettivi e problemi.

3. Capacità di pensiero strategico
Si tratta di abilità per definire ed ottenere specifici obiettivi. Il primo passo consiste nel determinare lo stato desiderato. La chiave più importante di questa capacità consiste nell’individuare quali agenti e operazioni sono efficienti ed effettivamente muovono il sistema dallo stato presente verso lo stato desiderato

4. Capacità di pensiero sistemico
Si riferisce ad effettive capacità di problem solving. Questa è la capacità posseduta dai leader più maturi.

Ci si può rendere facilmente conto come queste capacità ben si adattano a chi parla in pubblico.

Vendere con la PNL

La maggior parte dei corsi sulla vendita tende ad insegnare due strategie principali basandosi su un principio denominato “dell’imbuto”. Questo concetto si basa su statistiche di chiusura dei contratti ed afferma che il rapporto tra incontro e chiusura tende ad essere del 10% (forse un po’ troppo ottimistico!): generalmente ogni cinquanta persone incontrate durante la settimana, la percentuale di vendita equivale a 5 contratti. Di conseguenza, se vuoi raddoppiare i tuoi introiti, la logica suggerisce che devi incontrare cento persone in una settimana.
Se vuoi triplicare i contratti devi incontrare 150 potenziali clienti per chiuderne 15.
Questo approccio è valido e sensato? L’utilizzo di questa strategia si imbatte in un forte limite che è la propria salute: il denaro è più importante del tuo benessere?

La seconda strategia, invece, mostra un metodo di lavoro migliore: incontrare individui che hanno interesse ad acquistare la tipologia dei tuoi prodotti e/o servizi. La naturale considerazione è che la vendita tende a chiudersi molto più facilmente rispetto alla prima strategia. Ma anche qui esiste un limite: ti è mai successo di incontrare molta gente interessata a quanto proponi ma, per qualche ragione, con alcuni hai mancato il bersaglio?
Probabilmente ti sarai detto: “Con queste persone non è possibile chiudere un contratto. Alcune persone non vogliono comprare niente da nessuno”.
Nessuno?
Pensi veramente che questi clienti persi non comprino mai da nessun venditore? Lo fanno sicuramente
Allora qual è il limite della seconda strategia? L’errore inconsapevole è l’utilizzo di un singolo approccio alla vendita, quello che per esperienza hai scoperto essere il più efficace con la maggior parte degli individui che hai incontrato. In altre parole hai probabilmente messo a punto una presentazione del tuo prodotto e/o servizio “standard” che ha una accettabile percentuale di ritorno. Ma come mai questo approccio con alcuni non funziona?
Oppure, molte aziende insegnano ai propri venditori una presentazione standard che tende a produrre ottime percentuali di chiusura. Ma con alcuni non funziona in quanto non è adatta a tutti i clienti. Un buon venditore deve essere in grado di variare il suo stile di vendita ed improvvisare per rispondere efficacemente alla situazione che affronta in quel preciso momento.

In questo articolo voglio parlarvi della Terza Strategia, quella che vi permetterà di aumentare la percentuale di chiusura dei contratti. Questa ruota sulla possibilità di incrementare l’abilità di negoziare con più tipi di persone.
Lavorare con diversi individui richiede l’abilità di variare il tuo stile di vendita in base a persone diverse. Una volta che hai accettato questo fatto, sei sulla via per abbandonare il singolo approccio e divenire flessibile nell’estrarre, identificare e trovare la strategia d’acquisto soggettiva del cliente. Le strategie di acquisto mostrano come le persone decidono e si motivano verso determinate azioni.

Per comprendere il vostro interlocutore è fondamentale stabilire empatia. In questa sede non toccherò questo argomento e vi rimando alla lettura del precedente articolo “Empatia e Rispecchiamento ”.
Dato che i primi trenta secondi sono fondamentali per dare una buona prima impressione, il rispecchiamento è una tecnica efficace per stabilire Rapport ed empatia. Grazie a questa tecnica è possibile abbattere barriere ed ostacoli facilitando il primo dei quattro passi della negoziazione perfetta: raccogliere le informazioni. Gli altri tre passi sono: reperire le strategie decisionali, personalizzare la proposta e gestire le obiezioni.
Nel primo passo è fondamentale raccogliere ogni informazione circa: i bisogni reali e quelli percepiti, le parole “calde” collegate (key words – trance words), Sistemi Rappresentazionali (VAK) e Metaprogrammi (trattati nel precedente articolo “Comunicazione empatica e Metaprogrammi”).

Grazie a domande aperte (Cosa posso fare per lei? Come posso aiutarla? Quali sono le vostre esigenze aziendali? ecc.) è possibile comprendere di cosa ha realmente bisogno il mio cliente e quali sono le “parole calde” da utilizzare nella fase della proposta. Le key words sono ancoraggi auditivi presenti in ognuno di noi.
Gli ancoraggi sono interruttori neuro-emozionali collegati a particolari stati emotivi. Un esempio di ancoraggi sono particolari profumi che ci ricordano eventi piacevoli o particolari persone (ancore olfattive), particolari gesti o forme che ci ricordano qualcuno o rievocano emozioni positive (ancore visive) o particolari musiche che riattivano stati emozionali. Ad esempio, in una pubblicità posso proporre un prodotto con una colonna sonora di successo: inconsciamente si associa lo stato positivo della musica al prodotto. Le key word e trance words (o parole calde) sono ancoraggi auditivi.
Si tratta di particolari parole che, quando sono pronunciate dal nostro interlocutore, inconsciamente ci affascinano e generalmente legate a processi decisionali. Ad esempio, se il cliente dice che ha bisogno di un computer pratico e maneggevole perché il mio lavoro comporta frequenti spostamenti, “pratico” e “maneggevole” sono due parole che dovrò usare nella fase della proposta (e ripetere più volte):
“Tra le offerte del mese abbiamo questo portatile estremamente pratico nelle funzioni oltre ad essere estremamente maneggevole per chi si sposta spesso per lavoro. La borsa, molto maneggevole, lo rende molto più pratico rispetto ad altri prodotti simili”.

Si tratta di una semplice ma potentissima tecnica che, nella vendita, aumenta notevolmente la percentuale di chiusura dei contratti. Infatti, oltre a soddisfare uno dei principi della vendita (fare leva sui bisogni del cliente), grazie alle parole calde la nostra proposta tende ad essere per il nostro interlocutore più affascinante.

Un passo fondamentale nel processo di vendita consiste nel chiedersi: “di cosa il cliente ha bisogno?”. Se riuscirete a rispondere a questa semplice domanda, sarete molto avanti nel gioco della negoziazione.

La proposta deve essere sempre personalizzata in base ai bisogni e i criteri del vostro interlocutore. I bisogni si individuano grazie a domande “aperte”: “come posso aiutarla”, “come posso esserle utile”, “di cosa ha bisogno” ecc. Grazie ad esse riuscirete a reperire i “bisogni reali” e potrete eventualmente suggerire strade alternative non considerate dal vostro cliente. Ad esempio, supponiamo che io sia un venditore di personal computer e il mio cliente mi chiede un prodotto di un modello e marca particolare. Supponiamo anche che non tratti quel particolare prodotto ma ne possiedo altri molti simili. A questo punto, invece di rispondere “mi spiace ma non tratto quella marca” rischiando di perdere la vendita, posso chiedergli: “per quale scopo le serve?” oppure “come mai vuole proprio quel tipo di prodotto?”. In questo modo posso capire la motivazione celata dietro la richiesta. Ad esempio, se mi risponde che desidera quel prodotto perché possiede determinate caratteristiche, posso indirizzarlo su un modello con specifiche identiche o superiori. È un buon sistema per proporre soluzioni alternative invece di limitarsi a perdere la vendita. Però, se il cliente è affezionato a quella particolare marca, diventa molto difficile spostare la sua preferenza su un’altra che non conosce. A questo punto entrano in ballo i “criteri decisionali”. Ogni individuo acquista in base a particolari criteri: alcuni in base al prezzo (il meno costoso), altri amano al qualità e badano poco al prezzo, altri invece non guardano prezzo e qualità ma la dilazione di pagamento. In altre parole è fondamentale comprendere il criterio decisionale adottato dal nostro interlocutore. Infatti, se il mio cliente sceglie in base alla qualità, è inutile parlare di sconti e promozioni per spingerlo all’acquisto. Oppure, se è alla ricerca di prodotti a basso costo, perderò tempo decantando le qualità del prodotto e il servizio post vendita. Un buon venditore, prima di passare alla proposta, deve fare un minino di attività investigativa su chi ha di fronte. È anche vero che questo dipende dalla tipologia della negoziazione: se vendo bulloni le esigenze sono minime, se vendo appartamenti, prodotti assicurativi o corsi di formazione devo necessariamente comprendere la mappa del mondo del mio cliente per personalizzare la proposta.

Riassumendo, un buon venditore individua:
1. i bisogni reali (e percepiti)
2. i criteri decisionali

Questi elementi si inseriscono nella proposta; in questo modo ricalcherete esattamente la realtà soggettiva del cliente. Durante questo processo non conta la vostra opinione su cosa è meglio per lui: se vi chiede una casa con ampio giardino in una zona collinare, non insistete con una villa sul mare perché dovete venderla a tutti i costi; è meglio perdere una vendita piuttosto che forzare una decisione o essere ricordati come dei seccatori. I “pettegolezzi negativi” girano molto più in fretta rispetto alle opinioni positive. Questo consiglio è soprattutto rivolto a chi si occupa da poco di negoziazione mentre i venditori più anziani, grazie alla loro esperienza, sanno molto bene che è deleterio insistere con proposte che non coincidono con bisogni e criteri.
Un buon venditore aderisce ad un codice etico grazie al quale costruisce una reputazione positiva. Questo elemento è fondamentale per creare fiducia ed empatia. Si tratta di una strategia che nel medio-lungo periodo fidelizza la clientela; un “venditore di successo” è colui che è sinceramente interessato al benessere del suo cliente negoziando sempre in base al principio win-win.
Infine, per rendere più efficace la nostra proposta possiamo seguire una serie di suggerimenti. Esaminiamone alcuni:

1. Evitare di dare troppe nuove informazioni.
La mente è in grado di focalizzare la sua attenzione su un ristretto numero di nuove informazioni. Quindi, se toccate troppi punti rischiate che il cliente non presti attenzione agli ultimi argomenti. Consiglio di toccare mediamente 5 punti che approfondirete volta per volta.

2. Evitare di parlare velocemente.
L’acquisizione delle nuove informazioni è paragonabile all’ascolto di una lingua straniera: si mettono in moto un processo di traduzione e uno di attenzione sui contenuti. Per questo motivo riuscite a comprendere quanto afferma il vostro interlocutore se parla lentamente. Invece, se parla velocemente rischiate di non seguirlo completamente. Questo avviene anche quando qualcuno ci spiega qualcosa di nuovo: se parla troppo velocemente non riusciamo a comprendere bene l’esposizione.

3. Fare un elenco iniziale dei punti che tratterete e ripeterli alla fine della proposta.
Si tratta di un sistema per imprimere con maggiore efficacia la nostra proposta nella mente del cliente. Elencate inizialmente i punti principali e alla fine ripeteteli; ad esempio: “Vedremo le caratteristiche principali di X, le sue applicazioni, le agevolazioni finanziare e il servizio post vendita”; alla fine della proposta: “Come vi avevo preannunciato abbiamo visto le caratteristiche di X, le sue applicazioni…ecc.”. Si tratta anche di una sottile forma di ricalco.

4. Mostrare entusiasmo e confidenza con quanto proponete.
L’entusiasmo è un’emozione positiva che predispone al consenso e generalmente contagiosa. Quindi, se vi mostrate entusiasti (senza esagerare) mentre illustrate la vostra proposta, tenderete a creare un clima ottimale per l’andamento della negoziazione. Inoltre, dovrete mostrare estrema confidenza con quanto proponete: se mostrate insicurezza o non sapete rispondere a domande e/o obiezioni specifiche, rischiate di trasmettere un messaggio negativo: “non conosco il prodotto” o “non sono sicuro di quello che dico”. Come potete pretendere di convincere qualcuno se voi non mostrate sicurezza?